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Lo specchio con la memoria

Fame e fotografia

Bene. Eccoci qua. Cominciamo dall’inizio.
«Lo specchio con la memoria» è la riformulazione operata da Ferdinando Scianna di un titolo di Ando Gilardi che differisce di poco perché suona: «Lo specchio della memoria». Sottotitolo di Gilardi: «Fotografia spontanea dalla Shoah a YouTube».
La piccola differenza tra le due espressioni, in realtà, non è poi tanto piccola. Perché lo specchio della memoria rispecchierebbe appunto la memoria che, notoriamente, è tutt’altro che fedele a ciò che è realmente accaduto. Mentre lo specchio con la memoria alluderebbe ad un riflesso diretto, caratterizzato dall’inedita possibilità di essere fissato, conservato, sottratto almeno per qualche tempo al deperimento ineluttabile di ogni cosa.
Intanto, però, non posso addentrarmi troppo in questo discorso perché il testo di Gilardi, che risale al 2009 e dal quale avrei potuto cogliere le sue vere intenzioni è – ahimè – oggi, forse al momento, irreperibile sul mercato. Ed io non l’ho letto. Cercherò di recuperarlo al più presto in biblioteca.
Apprendo tuttavia da una recensione di Marco Enrico Giacomelli al volume che Gilardi rivendica la possibilità per la fotografia che l’indicibile venga «mostrato nella maniera più indicale possibile, e in tal modo possa presentare i fatti, nudi e crudi, senza commenti e senza timore d’incorrere nella vexata quæstio dell’obiettività dell’obiettivo»1. Parla, Gilardi, di un’autoevidenza fissata che ci fa credere a ciò che mai si sarebbe potuto credere come è accaduto con la Shoah. E allora temo che il titolo sia fuorviante e che la variante di Scianna renda meglio il concetto.
Però ecco, io qui vorrei proprio occuparmi di fotografie da intendersi come specchio con la memoria. Ma anche di fotografie che ricadono meglio nella definizione di specchio della memoria. È una differenza che ha l’età della fotografia stessa e che si ripropone nella dicotomia «scrittura di luce/scrittura con la luce». Fissaggio immediato e naturale o mediazione umana, memoria (labile, sensibile, deforme, inconsapevolmente o consapevolmente selettiva). In entrambi i casi la fotografia ha un autore. Ma la sua presenza, inserita in filigrana tra gli elementi che compongono l’immagine, è più o meno trasparente. E la trasparenza – si sa – è solo recita, dissimulazione, a volte falsa modestia. Insomma, una finzione di assenza.
Anche l’espressione «reportage» allude al riportare. Non è soltanto un genere. È ciò che fa la fotografia tutta. Qualcuno deve pur farlo. E dunque un autore c’è. Può essere sospinto dal bisogno di mostrare ciò che i suoi occhi vedono, credendo in coscienza che basti. Può essere ispirato da una deontologia professionale di tipo giornalistico (controllo della veridicità delle fonti, fedeltà ai fatti…, descrizione visiva delle dinamiche in atto di fronte a lui..) o può cavalcare l’onda delle sue emozioni provando, anche inconsapevolmente, a tirarsi dietro il pubblico porgendogli, come un omaggio speciale, l’empatia che sta provando verso il soggetto.
Qualcuno ha detto: «La fotografia non la si fa. La si incontra». Probabilmente è stato Gianni Berengo Gardin. Ma certamente un fotografo cammina, cerca l’incontro e, soprattutto, riconosce quello giusto. Giusto per la sua domanda, per la sua fame.
Ecco, rimbalzando in me stessa ci sono arrivata. Infondo, arrivo sempre qui. E’ inevitabile. La fame. La necessità della ricerca e della, pur parziale e provvisoria, risposta.
LA FAME. Ho trattato della fame all’interno di un articolo sull’ultima Letizia Battaglia (leggi).
Ecco, io voglio occuparmi di coloro che hanno fame. Di coloro che continuano ad avere fame in questa società dell’abbondanza, perché ciò che abbonda non gli piace, perché ciò che abbonda è illusorio, non è la risposta. Io voglio occuparmi di coloro che hanno la presunzione, forse il coraggio, di scattare una ulteriore fotografia ai vecchietti, ai migranti e alle processioni di paese, in un mondo in cui tutto è stato fatto e rifatto e rifatto, in un mondo che si è ridotto a immagine. E la scattano perché sono convinti che la loro sfami, abbia nutrimento, sia in grado di andare oltre ogni stereotipo.
Gli artisti, gli autori, sono e devono essere un po’ arroganti. Quel tanto che basta per spingerli a esprimere qualcosa, malgrado tutto ciò che c’è. Arroganti si, almeno per un istante convinti che la loro creazione offra una inedita rivelazione, un nutrimento mancante.
E di tanto in tanto, voglio riprendermi il diritto di esercitare questa creativa arroganza.
Le letture portfolio che con Collettivof abbiamo avviato e che in questa rubrica troveranno espansione e commento, secondo me servono agli affamati. Sono attività per affamati. Non ci siamo arrivati subito né facilmente. Perché tra gli amici e colleghi del Collettivo ci siamo interrogati sul senso, oggi, di una attività come la lettura portfolio. Guardare dei lavori e parlarne tutti insieme è comunque interessante, per delle persone che amano la fotografia. E non solo. Ma anche tra di noi è stata provocatoriamente messa in dubbio la possibilità di dire ad un fotografo che si presenti con un suo lavoro qualcosa di utile. La soggettività delle valutazioni e l’impalpabilità delle impressioni ha creato dubbi e resistenze.
Come ho già scritto sul sito di Collettivof, di recente le letture portfolio, molto in auge a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila, hanno vissuto un momento di crisi. Le associazioni del settore hanno, in alcuni casi, manifestato una eccessiva rigidità nella valutazione dei requisiti che un buon portfolio dovrebbe avere, cadendo in una sorta di dogmatismo in cui molti non si sono più riconosciuti. Se da una parte il lavorare per progetti può risultare ottimale per alcuni, altri, pur sensibili e detentori di una propria riconoscibilità, di una propria poetica, hanno stentato a ritrovarsi nella modalità espressiva del portfolio e non hanno riconosciuto legittimità alla pratica della lettura. In realtà, viziata dal fatto di insegnare da sempre all’interno dei corsi di Scienze della Comunicazione, penso che ogni atto espressivo sia sempre, esplicitamente o implicitamente, anche un atto comunicativo che non possa prescindere dalla ricezione di un pubblico e dai relativi feedback. Su questi aspetti può essere utile ragionare insieme a degli "esperti", o più semplicemente a dei colleghi in fotografia, che, senza alcuna pretesa di esaustività, possono fornire spunti di riflessione e orientamento.
Ciò detto, credo che quello che alla fine ci ha convinti a partire sia stata proprio la partenza. Lunedì 9 maggio abbiamo avuto il primo appuntamento presso Prospero Enoteca Letteraria a Palermo. Alcuni fra noi vi sono arrivati perplessi. Presenti con qualche riserva. Con lo spirito del “vediamo come va”. In effetti ancora non possiamo avere certezze su come andrà prossimamente. Ma ci siamo fatti un’idea della fame, anche qui, FAME di socialità e confronto che questo ambiente, come tutti probabilmente (o forse un po’ più di tutti gli altri perché privo da sempre di gratuità e sincerità nel confronto), aveva maturato negli anni passati senza rendersene pienamente conto. E ci siamo anche resi conto che necessità o gratuità, forza espressiva o inutile abbellimento, essenzialità e ridondanza in fotografia, in linea di massima, si possono riconoscere intersoggettivamente, spesso consensualmente e che sono cose di cui si può discutere, analizzando i singoli elementi di cui una fotografia è composta o il clima generale del lavoro. Ci siamo resi conto – ma questo io già lo pensavo – che ciò che in una società delle immagini decisamente serve, anzi SERVE, è un editing che aiuti l’autore a individuare e scartare il superfluo, concentrandosi piuttosto e più che mai sulla necessità di dire quella cosa e di dirla proprio in quel modo, proprio con l’insostituibile strumento della SUA fotografia. Ma l’editing, in una fase preparatoria in cui ancora si sta ragionando sulla costruzione di un lavoro, non può essere calato dall’alto. Almeno quello in cui crediamo noi è un approccio maieutico. Che faccia emergere nell’interessato dubbi fertili.
Ecco, a noi credo piacerebbe essere riconosciuti, indicati, come un gruppo che coltiva fertili dubbi.

11/05/2022
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