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News

Fiori di campo

La nuova mostra fotografica di Marina Galici a cura di Collettivof

Abbiamo dimenticato. Abbiamo perso ogni appartenenza. Non desideriamo più essere aggregati ad altro che alla mailing list di un brand o ad un gruppo social. Pensiamo che la comunità sia una rete, una trappola. Ed accettiamo solo quelle forme "comunitarie" che si possono spegnere o silenziare a piacimento, apparentemente senza troppe implicazioni. Gli "amici" che possiamo bloccare.

La modernità ha scoperto ed esploso l'individuo. Io voglio! Io credo, anzi io so! Io posso!... Ma, ogni tanto, si affaccia in tutti noi la nostalgia per il ragù della nonna, con tutta la famiglia intorno alla tavola. E il ricordo di essere stati figli, generi, fratelli, familiari... Insomma, membri. Di avere parlato, agito, sorriso entro i binari di un ruolo definito dalla comunità.

Sappiamo tuttavia che oggi ci sarebbe intollerabile la condizione di "membro" se protratta oltre la durata di un pranzo. Non dubitiamo abbastanza della nostra libertà. Non ci assale il sospetto di essere noi oggi, troppo spesso, ancor meno che membri: gregari.

Così, quando ci troviamo di fronte ad un residuo di vera comunità, ad una comunità senza bisogno di aggettivi, quando ci troviamo di fronte a questa alternativa possibilità di vita, sentiamo di dovercene difendere definendola arretrata, incivile, forse violenta o chissà che altro.

Genericamente Rom. Più spesso, "zingari".

Sono questi gli appellativi, pronunciati quasi sempre come parola d'offesa. L'aggettivo che segue, nella migliore delle ipotesi, è "nomadi", quindi infidi. Come se il nomadismo che perlopiù si sono da tempo lasciati alle spalle, fosse una instabilità di cuore, una propensione al tradimento. Di cosa? Di uno stile di vita a cui in realtà non li lega alcuna promessa?

Ignoranza, etichettamento, semplificazione, sono le facili tentazioni del nostro tempo. Tentazioni a cui, ogni tanto, sempre più raramente, qualcuno oppone un sonoro NO!

Il NO di Marina Galici è un NO festoso che ha saputo raccogliere sorridenti "fiori di campo", raccontando i piedi scalzi non come degrado ma come libertà. L'infanzia che ci mostra non è stata depredata dal mercato, dai media... e la presunta arretratezza di questi "fiori" non li ha posti in ostaggio del nostro benessere.

Di fronte ai volti, ora festosi e ora fieri, che lo sguardo attento e partecipe di Marina Galici ha colto, con ben otto anni di frequentazione del campo, i veri nomadi e traditori siamo noi. Siamo noi che abbiamo abdicato all'identità, lasciandoci condizionare dai brand globali. Siamo noi che abbiamo lasciato che si perdesse ogni differenza ed ogni tradizione, a favore di nuove abitudini indotte da esigenze commerciali: San Valentino non si distingue dal Black Friday. Ma questa cosa non la chiamiamo "violenza" sol perché l'abbiamo permessa. Tuttavia, quale delle nostre "feste" ci vede così autenticamente liberi e contenti? Quale dei nostri bambini ha questo sorriso con un nuovo giocattolo in mano, al centro commerciale?

La fotografia può avere senso e forza solo dove la vita è in rilievo; dove la luce è vera luce e l'ombra è profonda. Marina lo sa.

Come i migliori fotografi, quando è chiamata a dire due parole sul proprio lavoro, non parla di sè, nè delle fotografie. Ma della realtà che l'ha emozionata. In verità, le sue fotografie ci parlano di lei più di quanto lei sappia. Ci danno accesso alla sua indipendenza.

 

Anna Fici

14/04/2023
BIANCO E NERO  CAMPO  COLLETTIVOF  ELISABETTA DI GIOVANNI  MARINA GALICI  MICHELE MANNOIA  PALERMO  REPORTAGE  ROM